Intervista alla Dr.ssa Falasconi – ACP Italia

Intervista  alla  Dott.ssa  Annamaria Falasconi,  referente dell’ACP Italia per la regione Lazio,  sul tema dell’omogenitorialità.

Il tema dell’omogenitorialità è al centro di molte polemiche su scala non solo nazionale, ma internazionale. La motivazione è semplice: non si tratta solo di una questione etico-sociale, non è solo una rivoluzione dell’idea di famiglia, al centro del dibattito non ci sono solo due uomini o due donne, ma un terzo elemento, un figlio. Non è più solo una questione etica o culturale, sorgono domande nuove inerenti al futuro di quel bambino, alla sua capacità di inserirsi nella società, e soprattutto al suo equilibrio psicologico- affettivo.

Quale è la posizione della Associazione Culturale Pediatri in merito a questo tema così dibattuto?

L’ACP non ha espresso una posizione ufficiale sul tema della omogenitorialità, per motivi che considereremo nel corso dell’intervista; io risponderò a titolo personale , ma come pediatra appartenente a una Associazione che ha tra le sue priorità i temi delle disuguaglianze di salute dei bambini e adolescenti – potenzialmente connesse a condizioni territoriali, economiche e culturali – la loro salute mentale e l’aiuto alle famiglie per accrescere la capacità di essere genitori.
La salute di un bambino, intesa nel senso globale del termine, definito dall’oms come condizione di completo benessere fisico, mentale, sociale, culturale e spirituale, si costruisce durante ogni fase della sua vita ed è condizionata, verosimilmente, da tutto ciò che accade intorno a lui.
Nascere e crescere in un contesto omogenitoriale, cioè con una coppia dello stesso sesso, è di per sé una condizione particolare, diversa dalle famiglie monoparentali o eterogenitoriali, di gran lunga prevalenti in tutto il mondo.

Al di là delle  considerazioni etiche, morali, religiose, che sono personali e non competono  a una associazione di pediatri, il giudizio sulle eventuali conseguenze, sulla salute del bambino, di quella specifica situazione ambientale deve obbligatoriamente derivare da un approccio scientificamente corretto, che tenga conto delle molteplici variabili  che la caratterizzano.
Al momento, la ricerca scientifica sull’argomento non ha raggiunto risultati conclusivi, nonostante le prime osservazioni sul tema risalgano a quasi trent’anni fa. Questo non ci deve stupire, perché le variabili che condizionano le dinamiche del processo evolutivo di un bambino sono molteplici – biologiche, ambientali, culturali, economiche, sociali, legali, assicurative, religiose, …- ed è difficile distinguere l’influenza dell’una dalle altre.
Tuttavia, sono in corso alcuni importanti studi – su grandi numeri, prospettici, su lungo periodo, con popolazione di controllo e metodi validi di raccolta  e analisi dei dati – che in futuro, probabilmente, ci forniranno dati sufficienti a ipotizzare che crescere in un contesto omogenitoriale, per un bambino, sia un bene o un male o sia indifferente.
Per il momento non lo sappiamo.

Quale è la posizione più diffusa tra i pediatri italiani in materia? La posizione della ACP è in linea con quella della maggioranza dei pediatri  o risulta essere piuttosto una voce fuori dal coro?

Alcuni pediatri hanno espresso delle posizioni, ma, direi, a titolo personale, sull’onda di fatti specifici, piuttosto che ufficialmente. Altri hanno espresso considerazioni di carattere generale.
L’ACP continua la sua attività di studio, formazione , ricerca, anche sull’argomento di cui stiamo trattando.
Inoltre, in linea con un altro tema prioritario dell’associazione, continua, attraverso l’operato dei pediatri del territorio e di strutture ospedaliere, a lavorare con le famiglie per accrescere le competenze dei genitori, la loro sicurezza, la loro capacità relazionale. A queste competenze genitoriali si riconosce, oggi, il valore  fondamentale di supporto e promozione di un buon percorso di crescita del bambino, all’interno di ogni tipologia familiare, sia essa eteroparentale, monoparentale, omoparentale, separata e ricombinata, e in ogni altro contesto.

Dal punto di vista psicologico quali sono le maggiori criticità alle quali è potenzialmente esposto un  bambino nato e cresciuto in una famiglia omogenitoriale?

Un buon numero di studi scientifici attendibili ci consente oggi di dire che non c’è una netta relazione causale tra l’orientamento sessuale dei genitori e lo sviluppo emozionale e psicosociale e cognitivo e il comportamento del bambino.
Il benessere dei bambini sembra essere condizionato molto di più dalla loro relazione con i loro genitori, dalla competenza genitoriale e dalla loro sicurezza, dalla presenza di un supporto sociale ed economico per la famiglia, piuttosto che dal loro genere e orientamento sessuale. Semplificando, potremmo affermare, alla luce di studi recenti, che i rischi per un bambino che cresca in una famiglia omogenitoriale,  non nascano soltanto all’interno della famiglia, ma anche, e forse anche di più, all’esterno di essa. Mi riferisco al rischio di essere discriminati dagli adulti, di essere esposti a bullismo da parte dei coetanei, di non essere accolti e sostenuti da coloro che dovrebbero farlo per ruolo – cioè ogni adulto responsabile, compresi i medici e gli insegnanti.
Tuttavia, alcuni piccoli ma significativi elementi stanno emergendo da studi prospettici, in corso su popolazioni più ampie, che stanno prendendo in considerazione e correlano il maggior numero di possibili variabili in gioco nel complesso processo di sviluppo, estendendo l’epoca di osservazione dalle prime epoche di vita fino all’età adulta.

Il professor Douglas W. Allen, docente alla Simon Fraser University di Vancouver, autore della tesi “ High school graduation rates among children of same-sex households”, pubblicata sulla rivista accademica “Review of Economics of the Household”. Basandosi sui dati del censimento canadese del 2006, ha constatato che i bambini cresciuti da coppie gay o lesbiche hanno avuto una probabilità più bassa di ottenere il diploma delle scuole superiori rispetto ai bambini cresciuti in famiglie con genitori di sesso complementare, i tassi di diploma sono più bassi anche in confronto a quelli dei figli di genitori single.

E’ legittimo, secondo Lei, ritenere che la confusione che può creare a un bambino  avere due genitori dello stesso sesso abbia conseguenze anche sulle sue capacità di apprendimento del bambino e di integrazione con i suoi coetanei?

E’ legittimo, per un medico, solo ciò che è dimostrato con un grado elevato di certezza, ciò che è, come si dice, riproducibile. Studi recenti e di buona qualità contrappongono, al pur importante lavoro di Allen, dati che negano che vi siano differenze  nell’out-come di sviluppo cognitivo e nelle capacità relazionali dei bambini di cui parliamo rispetto a bambini che vivono in famiglie adottive, monoparentali o tradizionali o sono in affidamento o, ancora,  vivono la realtà delle separazioni e dei divorzi .
Tuttavia, pubblicazioni come quelle di Allen lasciano il segno nell’opinione pubblica.
Ricordo che un articolo con conclusioni analoghe fu pubblicato, alcune decadi fa, sulle performances scolastiche dei figli di genitori separati o divorziati . Quei dati ebbero il sicuro risultato di allarmare i genitori, gravandoli di un ulteriore peso. Furono anche oggetto di strumentalizzazione, come lo sono quelli di Allen. 

Anche se in Italia le famiglie omogenitoriali non sono riconosciute, esse esistono. E’ necessario secondo Lei seguire i bambini nati in queste famiglie durante la loro crescita? Se dovesse consigliare due omogenitori su come crescere al meglio il loro bambino che consiglio darebbe loro?

Non credo che i bambini nati in situazioni non convenzionali debbano essere sottoposti a valutazioni specialistiche a priori. La medicalizzazione può essere percepita come un allarme in età pediatrica e produrre essa stessa effetti negativi. Il pediatra di famiglia svolge adeguatamente il ruolo di supervisore, oltre che promotore, del processo evolutivo di questi, come di ogni bambino. Il suo precoce e continuato contatto con la famiglia gli consente di intercettare ogni eventuale manifestazione che meriti un approfondimento.
Per quel che riguarda il consiglio, darei quello che propongo a ogni genitore: di rispettare il bambino, in quanto essere vivente con proprie peculiarità e potenzialità già dalla nascita, che è dovere di ogni genitore fare in modo che si estrinsechino pienamente. Come a ogni genitore, direi di proteggerlo da ogni insidia, di rassicurarlo ogni volta che è disorientato e spaventato, affinchè senta che c’è sempre qualcuno su cui può contare, di sostenerlo ma non condizionarlo, gli direi di non perderlo mai di vista, ma di lasciarlo andare da solo ad esplorare, affinchè diventi autonomo, capace di pensare, giudicare, scegliere da solo la sua strada verso il proprio futuro. Ritengo che questo concetto dell’essere genitori possa essere compreso e profondamente interiorizzato e dovrebbe essere applicato da tutte le figure genitoriali che esistono nella società di oggi.  

In che modo ed in quale misura essere cresciuti da due genitori dello stesso sesso incide sull’orientamento sessuale di un bambino? La tendenza ad essere omosessuale è maggiore oppure, viceversa,  un sentimento di ribellione (che potrebbe caratterizzare ad esempio l’età adolescenziale) può portare a reazioni di rifiuto?

Anche da questo punto di vista la letteratura scientifica ci fornisce dati sufficientemente attendibili.
Negli ultimi 30 anni sono stati pubblicati molti studi sullo sviluppo di bambini cresciuti  da genitori omosessuali. La valutazione dello sviluppo emozionale e comportamentale, orientamento sessuale, identità e comportamento di genere, non ha mostrato differenze in bambini cresciuti da madri lesbiche a parità di competenze genitoriali, salute psichica e caratteristiche culturali, economiche e sociali tra le madri lesbiche e madri eterosessuali di confronto.
Studi su padri gay non hanno evidenziato differenze di orientamento sessuale, rispetto a bambini di padri eterosessuali.

Tuttavia, un primo studio su donne, adulte, con padri gay o bisessuali, suggerisce la presenza di qualche problema nelle modalità di attaccamento, difficoltà nel contatto e nell’intimità, ridotta capacità di affidarsi all’altro, maggiore componente ansiosa nelle relazioni, rispetto a donne con padri eterosessuali. Sappiamo ancora troppo poco sullo stato di salute, in senso globale, di adulti cresciuti da lesbiche o gay. Sono evidenze solo iniziali, che meritano conferma.
Quello che vorrei dire, per concludere è che, allo stato attuale delle conoscenze, gli indicatori più importanti dell’adattamento del bambino in una famiglia omosessuale, piuttosto che l’orientamento sessuale, sono le variabili correlate alle dinamiche familiari, in particolare la qualità delle relazioni .
Un’altra cosa, inoltre, è certa e sarà di grande rilevanza pratica per il futuro dei bambini che crescono in famiglie omogenitoriali: per ognuno di loro, la qualità delle relazioni sociali che potrà instaurare, le esperienze di vita, la protezione da comportamenti discriminatori, la possibilità di accedere a servizi sociali e all’assistenza sanitaria, che variano a seconda del contesto sociale in cui vivono, sono elementi in grado di condizionare il loro futuro.

Perciò, nell’attesa di conoscere i risultati di ulteriori studi standardizzati cross-culturali che, valutate tutte queste variabili e individuate le difficoltà principali e i sostegni più utili, forniscano buoni presupposti per  eventuali prese di posizione a livello istituzionale, nell’attesa di ciò, potrebbe rivelarsi, a mio avviso, molto efficace, in termini di out-come di salute dei bambini che vivono in contesti “diversi”, l’impegno di ogni individuo adulto a mettere in pratica tre importanti principi sanciti nella Convenzione ONU sui diritti del fanciullo del 1989, che l’Italia ha rtificato nel ‘91: “non discriminazione” , “superiore interesse del minore”  e “diritto all’ascolto”.

Di Flaminia Romoli Venturi
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