Intervista a Francesca Vecchioni

Intervista a Francesca Vecchioni, figlia del cantautore Roberto Vecchioni: la sua vita tra l’attivismo e la maternità. Come attivista e fondatrice dell’associazione Diversity, che si occupa di produzione culturale sui temi delle differenze e delle discriminazioni sociali, ci spiega nel concreto gli obiettivi che si propone e il modo tramite cui raggiungerli. Come madre,  ci parla delle due gemelline, Nina e Cloe, e del rapporto con Alessandra, come donna e come compagna.

Di cosa si occupa principalmente Diversity? In cosa consiste la produzione culturale?

Nasce per lavorare contro il pregiudizio, attraverso un metodo che è legato prettamente alla comunicazione, sia con riferimento ai vecchi che ai nuovi social media. Il concetto è quello di pensare all’associazionismo in maniera diversa da quella a cui siamo abituati. Cerchiamo di lavorare sulla comunicazione empatica ed emotiva, che raggiunge un maggior numero di persone in maniera più semplice. Vogliamo lavorare per il target che normalmente non raggiungiamo, ossia, invece che parlare con chi già ti capisce, vogliamo riuscire ad arrivare a chi ha bisogno di essere raggiunto. Il pregiudizio sociale nasce proprio dalla non conoscenza dell’argomento. Questo è il primo livello di Diversity. Esiste però anche un secondo livello, perché l’associazione lavora su progetti formativi, dedicati sia all’amministrazione pubblica, come gli educatori, e al mondo privato delle aziende. In questo caso si lavora con una tecnica più approfondita.

E a livello pratico? Organizzate conferenze?

In questo momento stiamo portando avanti un percorso formativo per gli educatori degli asili, sono tutti percorsi partecipativi fatti di gruppi di lavoro, in maniera molto poco didattica. Ovviamente sono corsi dedicati alle famiglie in generale, non solo a quelle omogenitoriali. Si cerca di analizzare le possibili problematicità che deve affrontare un educatore derivanti dall’esistenza di diverse tipologie di famiglia. Cerchiamo di far uscire quelli che possono essere, anche inconsapevolmente, i propri pregiudizi.

Pensa che questa attività di formazione possa trovare spazio anche nelle università?

Assolutamente si, perché è un’attività di formazione aperta, che si avvale di un metodo che permette di far uscire ciò che già è in noi. Il programma formativo si fa lavorando in base al target. Nelle università infatti funziona benissimo, perché la partecipazione è meravigliosa. Dobbiamo scardinare il concetto per cui per i diritti gay devono lottare solo gli omosessuali. È lo stesso discorso che si fa per i bambini, animali o anziani: non possono lottare da soli. Il concetto di Diversity è quello di includere tutti in questa battaglia civile. È una cosa che dico spesso anche in riferimento ad eventi negativi come i suicidi che avvengono tra ragazzi molto giovani: la paura che dovremmo avere non è solo quella di avere un figlio omosessuale, che magari rischia di non farcela a superare le difficoltà che derivano da questa diversità, ma dovremmo avere paura di essere genitori di coloro che inducono gli altri ragazzi a compiere questi gesti estremi.

Abbiamo avuto degli esempi tra le famiglie di Arcigay che volevano concederci delle interviste, imponendo però la clausola di rimanere anonimi. Che senso ha definirsi attivisti se poi non ci si espone?

Può essere considerato attivismo anche il sostenere una causa senza esporsi. È anche vero che questo si lega al concetto del coming-out. Io sono nella fascia particolare dei genitori omosessuali, e un omogenitore difficilmente può evitare di fare coming-out, perché lo fanno i figli per te. Io vi invito a ragionare sulla omosessualità come se si ragionasse sulla eterosessualità. Ci sono tantissimi gay che per esempio sono contrari all’adozione o al matrimonio. Bisogna andare al di là dell’essere o meno gay. Ci sono molti etero, infatti, che vogliono battersi per i diritti dei gay e ci sono molti gay che non hanno intenzione di farlo.

Abbiamo sentito un commento di un ragazzo gay che accusava il dibattito sulle adozioni, perché finché non ci saranno leggi in Italia che regolamentano le unioni omosessuali, il discorso è inutile.

Sapete meglio di me che il dibattito è sempre utile. Non ci si può privare di un confronto in qualunque senso. Non si dovrebbe nemmeno discutere sul negare agli altri il diritto di fare qualcosa, perché secondo me non ha nessun senso.

Passando alla vostra vita privata, quali sono i pro e i contro di vivere con un’altra donna?

La stessa domanda si potrebbe porre a un uomo perché anche loro vivono con le donne. Dipende ovviamente dal tipo di donna, sarebbe difficile generalizzare. Se proprio vogliamo, le donne sono più complesse, quindi possono sorgere dei confronti che vanno più in profondità, con degli spunti di riflessione maggiore. Ma ci sono anche molti uomini che hanno una sensibilità femminile molto pronunciata.

Considerando appunto questa maggiore complessità, forse tra due donne può nascere una competizione maggiore

Questo nasce anche tra uomo e donna, anzi a volte anche di più:  si pensi, per esempio, quando una donna, sul posto di lavoro, ricopre una carica più alta rispetto a quella dell’uomo. Ci sono una serie di modalità che sono più femminili o più maschili. Mi chiedi quale può essere la vera differenza? È che ci scambiamo gli abiti. Scusate se rido per questa cosa, ma mi piacerebbe far capire che l’omosessualità è esattamente come l’eterosessualità: è un rapporto d’amore, quindi bisogna cominciare a parlarne anche in maniera leggera.

E le vostre bambine, Nina e Cloe, come vi chiamano?

Chiamano “mamma” entrambe, oppure “mamma Fra” e “mamma Ale”, ma anche se si rivolgono a noi allo stesso modo, si capisce chi vogliono in quel momento

A livello giuridico, se una di voi dovesse venire a mancare, le bambine non potrebbero essere affidate all’altra mamma. Prospettive e soluzioni? Se le cose non dovessero cambiare, pensate di spostarvi anche in un altro Paese?

In questo caso sono i diritti dei bambini ad essere lesi, non quelli del genitore, che anzi rischia di non avere doveri. Con la nostra associazione stiamo cercando di far passare questo messaggio nella maniera migliore possibile: siamo una famiglia come tutte le altre, ma è vero anche che non siamo esattamente come gli altri. Un filo di preoccupazione c’è sempre e siamo noi che dobbiamo imporci in questo caso. Faccio un esempio banale: quando siamo andate in ospedale perché mi si sono rotte le acque alle quattro del mattino, abbiamo trovato un medico assolutamente contrario, che voleva far rimanere Alessandra fuori dalla stanza. Tra un po’ lo “ribaltavamo” in due! Bisogna prenderseli questi diritti, iniziare a dire che questi sono nostri. Non dobbiamo insegnare qualcosa, ma mostrare quello che è. L’omosessualità non è un opinione. Non c’è da dire se sei d’accordo o meno, è qualcosa che esiste. Le mie figlie meritano gli stessi diritti di tutti: io e la mia compagna dobbiamo poter avere due voti al consiglio d’istituto alle loro scuole. Anche se le bambine dovessero finire in pronto soccorso, Alessandra deve poter avere il potere di decidere per loro.

Le vostre figlie sono piccole, ma lei conosce qualche coppia con bambini più grandi che hanno cominciato a fare qualche domanda?

Anche le mie bambine fanno domande, ma è lo stesso discorso che si può fare per i figli delle famiglie adottive. Verso i bambini ci deve essere il must della verità, perché siamo noi adulti a crearci più problemi di quanti non se ne fanno loro. Le nostre figlie sanno che siamo andate in Olanda a fare l’inseminazione artificiale. Spiegheremo loro che un signore gentile ci ha donato il suo seme e che dal nostro amore è nato il desiderio di averle. Questo discorso va fatto da subito perché i bambini meritano di crescere nella verità. E non si deve neanche far finta che non esista la figura del padre. Loro sanno che cos’è il “papà”, non si può far mancare questa immagine, perché la vedranno comunque. Loro non ce l’hanno un papà, esiste la figura di un donatore che non si sa se vorranno conoscere. Esattamente come se fosse una famiglia monogenitoriale o adottiva, in cui non ci sono i genitori biologici. Il vero problema è ciò che circonda questi bambini, ma nel momento in cui si danno loro gli strumenti e la forza per combattere i pregiudizi, possono affrontarli nella maniera migliore. È come quello che è successo nelle coppie dei primi divorziati: le obiezioni che arrivavano prima della legge sul divorzio e quelle di adesso sono le stesse. La società è il problema. Prima si pensava che fosse dannoso per un bambino crescere con i genitori separati, ma ora si sa che sarebbe peggio per lui vivere in una casa dove i genitori litigano in continuazione.

Notiamo però che le nuove generazione sono più ben disposte nell’accettare le diversità

Sicuramente. C’è anche un impatto mediatico diverso. Prima non c’erano figure di riferimento positive, adesso ci sono, e le nuove generazioni sono portare a parlarne in maniera sana, non come se ci fosse qualcosa di patologico.

Cosa pensa delle ricerche che si stanno facendo adesso in America, rispetto allo sviluppo psicologico dei bambini?

Il discorso sulla omogenitorialità mi sembra archiviato tanto quanto quello sulla omosessualità. È opinione comune della ricerca che la genitorialità non dipende dal sesso. La capacità genitoriale è qualcosa che ognuno di noi può avere o non avere. La sfera maschile e femminile a volte competono solo ad un genitore: parlo della capacità normativa e di quella affettiva. Tante volte la sfera paterna e materna sono invertite anche all’interno di una coppia eterosessuale.

Di Francesca Cocomero e Marzia Minnucci
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...