Recensione: “Fuori dal buio”

“Fuori dal buio – La mia vita con un padre gay” di Dawn Stefanowicz è più di un romanzo autobiografico, è la conclusione di una riflessione di una donna di 40 anni sulla propria infanzia, la scelta coraggiosa di affrontare il proprio passato riscrivendolo. Un percorso analitico che coinvolge l’intimità dell’autrice. È un romanzo ambizioso, sicuramente politico, che lancia il monito a non legalizzare l’adozione omosessuale, suffragandolo con la propria esperienza e testimonianza.

L’autrice sceglie un linguaggio semplice, ma ricco di particolari – anche scabrosi – per raccontare il senso di frustrazione e abbandono che le suscitava la propria situazione familiare: il padre omosessuale dai costumi libertini, la madre malata di diabete succube dei ripetuti tradimenti ad opera del marito e i due fratelli anch’essi impotenti di fronte alla dinamica familiare. Il romanzo si gioca proprio sulla figura paterna, superficiale e inaffidabile, concentrata sulla propria immagine esteriore e incapace di trasmettere amore e stima verso i suoi figli. Un padre arrogante e superconvinto di sé, che valuta le persone rispetto al successo economico; ma sopratutto emerge la figura di un padre misogino che sottostima le donne e il loro valore.

Si legge del terrore dell’autrice e in generale di tutto il nucleo famigliare in quegli anni di fronte le minacce e le percosse del padre, che cozza con l’immagine che invece veniva trasmessa all’esterno: una famiglia serena e unita. La farsa dura, però, solo il tempo delle foto di famiglia, dove si siede tutti vestiti elegantemente; il padre continua, infatti, col suo stile di vita sessuale dissoluto, cambiando partner di continuo senza pudore e senza rispetto nei confronti della moglie, sempre più depressa e delusa dall’abominio della sua vita al quale però, suo malgrado, per lungo tempo non sa sottrarsi.

Ciò che colpisce è la mancanza di amore dei due genitori, che non pensano minimamente ai figli né fanno progetti per il loro futuro e per la loro istruzione superiore. Una totale mancanza di responsabilità genitoriale, tanto da non provvedere nemmeno ai loro bisogni primari, per non parlare dell’appoggio emotivo inesistente. Il padre preferisce portare i figli in ambienti gay e in locali promiscui, obbligandoli a fare tutto ciò che desidera, mentre la madre è anch’essa, per paura, sottomessa ai suoi ordini, dall’alimentazione alla disciplina. Le conseguenze di tale educazione cominciano ad influenzare i comportamenti del fratellino più piccolo che, lasciato al suo destino, sbanda, e sviluppa un’inclinazione a delinquere istigata, peraltro, dal padre.

Alla fine tutti riusciranno a scappare dalla casa degli orrori, ma solo parzialmente: la madre attraverso un divorzio, ottenuto a suon di botte, l’autrice attraverso un matrimonio, uno psicanalista e una ritrovata fede cieca in Dio.

È un racconto crudo che si propone, dopo la morte dei genitori, di chiudere con il passato. È una storia di ribellione e di perdono. Restano dubbi se i personaggi siano davvero riusciti a voltare pagina o se si tratta di un’illusione consolatoria. Quel che si vede sono, invece, le figure femminili e maschili troppo deboli e inette. Meraviglia che si siano incontrate tutte nella stessa vita.

Dubbi rimangono se si possa parlare di un romanzo di esplicita condanna all’omogenitorialità; emerge, piuttosto, l’immagine di due genitori responsabili in egual misura di aver fatto scempio della vita emotiva e psicologica dei propri figli. Tre ragazzi provenienti da una famiglia agiata, abusati da due figure genitoriali psicopatiche.

“Fuori dal buio” è un libro che fa pensare, che lascia perplessi e che tiene in realtà aperte molte questioni sull’omogenitorialità. Sostenere la tesi dell’autrice per cui i bambini con genitori omosessuali vengono danneggiati nella loro personalità ed emotività e sono esposti a più alto rischio di molestie richiede, probabilmente, ulteriori riscontri.

Ai lettori le ulteriori considerazioni e conclusioni.

Di Guglielmo Colombo
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