Allarme: nel rugby ci sono i gay.

“Nel rugby ci sono i gay. Ma cosa cambia?” Se lo chiedeva Martin Castrogiovanni – pilone di caratura internazionale della selezione azzurra – qualche anno fa intervistato circa la relazione tra omosessuali e sport. Cambia tutto, se nel mondo della palla ovale gli omosessuali sono solo due. Due, capito? Fin troppo chiaro che un numero simile non può essere solo un’eccezione alle statistiche che sanciscono come molto più presente l’omosessualità tra le persone.

Facciamo un passo indietro. Tempo prima di questa frase di Castrogiovanni, il rugby mondiale era stato scosso da due dichiarazioni ben più sconvolgenti. Gareth Thomas, in concomitanza con il suo ritiro dai campi, ha fatto outing ammettendo a compagni, allenatori e colleghi di tutto il mondo, la sua omosessualità. La comunità ovale ha reagito in modo impeccabile, aprendo l’accoglienza a tuti tra le sue braccia, com’è scritto nelle regole del buon rugbista. Eppure, perché, se non ci fosse mai stato alcun problema, se la discriminazione sessuale non è propria del mondo del rugby, un campione come Gareth Thomas ha aspettato fino al giorno del suo ritiro per il suo outing?

A confermare certi dubbi arrivano qualche tempo dopo le dichiarazioni dell’arbitro più forte al mondo, una sorta di Collina del rugby. All’apice della sua carriera Nigel Owens decide di confessare al mondo la sua omosessualità. Anche qui le dichiarazioni ufficiali dell’establishment rugbistico non hanno fatto una piega: che male c’è nell’essere gay? Non c’è nulla da giudicare negli spogliatoi.

Se fosse solo facciata? Se il mondo del rugby, e forse dello sport più in generale, non fosse così limpido nel rispetto degli orientamenti sessuali dei ragazzi?

Domande lecite se si guardano le dichiarazioni di persone come Nigle Owens:

“Ero sempre più depresso nel gestire la mia sessualità, avevo sempre paura, era un cocktail disastroso. E così commisi qualcosa di cui mi pentirò per sempre: tentai il suicidio. Arrivai a 20 minuti dalla morte”

Owens prosegue che dopo essersi ripreso la vita tra le mani e aver deciso di accettarsi innanzitutto e farsi accettare poi, dopo l’outing tutto il mondo della palla ovale gli è stato vicino e non gli ha mai fatto rimpiangere la sua scelta. Infatti è così, ma il problema è prima. Il problema è nelle squadre di provincia, così come quelle più blasonate, e sta nei comportamenti intorno alla presunta omosessualità di qualche componente della squadra.

Lo stesso ormai ex arbitro, ha detto chiaramente di conoscere diverse situazioni negli spogliatoi di mezzo mondo dove giocatori, persone omosessuali sono costrette a comportarsi come qualcun altro. Non sono liberi di vivere la loro sessualità in armonia con la vita di squadra.

L’anomalia di un mondo che ammette la presenza di omosessuali e si dice assolutamente sereno dei suoi comportamenti in merito sta nel fatto che alcuni ragazzi, lo scorso anno, hanno deciso di formare una squadra “gay friendly”. Idea quanto meno bizzarra, quanto quella di costituire un XV fascista, comunista, ebreo o di colore. Eppure questo fenomeno denuncia proprio quanto ci sia di controverso nel mondo dello sport, che da una parte dice di essere aperto e di non aver problemi di sorta con l’omosessualità, mentre dall’altro emargina e discrimina. A testimoniarlo, una volta di più, vi è il fatto che la maggior parte dei giocatori di questa squadra – la LiberaRugby – provengono da altri club della capitale, dove chiaramente non sentivano di essere accettati.

Il tema dell’omosessualità nello sport è tornato in auge con il recente outing del motoscafo da piscina australiano Ian Thorpe. Anche lui ha aspettato fine carriera per dichiararsi come quello che è da sempre, un nuotatore omosessuale. Una definizione che a quanto pare fa ancora notizia.

Dal sito rugby1823.com si apprende, sempre dall’emisfero Sud, una notizia che fa riflettere su quanto discusso fin ora. Nel 2007, in Nuova Zelanda, il 18enne rugbista Jay Clayton giocava in una squadra di Christchurch e un giorno decide di dichiarare alla squadra e alla famiglia la sua omosessualità. Da quella scelta qualcosa sembrava essere cambiato, finché Clayton non ricevette la chiamata del suo allenatore che gli annunciava la sua estromissione dalla squadra a seguito della votazione fatta in una riunione cui non era stato invitato per decidere se tenere o meno un compagno omosessuale. Jay si trasferisce quindi in altre due squadre e in entrambe ha riscontrato comportamenti omofobi, magari spesso non diretti specificamente a lui in quanto gay, ma alla categoria generale degli omosessuali usata come insulto goliardico per tutti i giocatori.

La storia di Clayton proviene da un’ampia ricerca neozelandese incentrata sul tema dell’omosessualità dentro e fuori i campi da rugby. I risultati non sono confortevoli, e mostrano come la storia di quel ragazzo non sia un caso isolato. Più dell’85% dei rugbisti omosessuali neozelandesi hanno dichiarato di essersi trovati a vivere in situazioni al limite e oltre l’omofobia.

La strada verso uno spogliatoio libero da qualsivoglia discriminazione è ancora lunga, ma la storia insegna che le cose cambiano, a volte velocemente, altre con più lentezza. Il rugby, nato come sport aristocratico e nobiliare, ha fatto spazio ai giocatori di colore dando il via allo smantellamento dell’apartheid. Arriverà anche il tempo di una concreta svolta in tema di comportamenti omofobi negli spogliatoi, e gli esempi di Gareth Thomas e Nigel Owens non possono che giovare a questa causa.

Simone Zivillica

 

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